Intervista di Kristen per YO Dona Magazine

Qualsiasi persona che mi percepisce come cauta è solitamente nel contesto di una fugace e superficiale intervista. Questo non significa niente per me. Ma davvero, muoio tutto il tempo dalla voglia di rivelare me stessa come attrice e come persona,per mettere me stessa in chiaro

Adesso che hai interpretato una “Personal Shopper”, ha cambiato il tuo punto di vista su questo lavoro?

Conosco il lavoro di stylist. Un buon professionista in questo campo è qualcuno che ti conosce e sa perfettamente sottolineare la tua personalità, ti da forza e ti fa sentire bene. Ho lavorato con la stessa stilista  (Tara Swennen) da quando avevo 12 anni. Può sembrare frivolo e un clichè , ma amo la nostra collaborazione. Non ci sta niente di male con questo, mi diverto. Gli attori non riescono a rintracciare i vestiti migliori. Non hanno il tempo.

Con quali criteri si basa il tuo abbigliamento sul red carpet?

Scelgo un vestito che ha a che fare con i film, è come leggere un personaggio, una continuazione della storia,una nota in basso alla pagina. Per la premiere al Festival di Cannes di “Personal Shopper” , per esempio, era tutto bianco perchè volevo sentirmi pura, giovane ed esposta. Non sono normalmente vista in vestiti molto commerciali,ma il film era molto cupo e volevo portare un pò di innocenza.

In fatti, la registrazione coincideva con l’attacco degli Jihadisti a Parigi lo scorso Novembre. Che effetti ha avuto sul team, che era principalmente composto da francesi?

Avevamo appena finito di girare a Parigi ed eravamo a Praga. Stavamo prendendo un drink e le persone hanno cominciato a ricevere messaggi e a rimanere terrorizzate. È stato davvero strano girare un film in quelle circostanze, ma Olivier ci ha portato tutti insieme e ci ha incoraggiato a continuare, e non credo che fosse una motivazione egoista, ma abbiamo avuta una certa perseveranza. Non per sembrare pretenziosa, perchè sarebbe grottesco, ma amo il fatto che abbiamo filmato a Parigi prima degli attacchi. Non saremmo stati capaci di girare nella metro o in molti dei posti dove abbiamo filmato, e chissà quando avremmo potuto tornare a lavorare normalmente. Odio dirlo, ma siamo stati davvero molto fortunati.

“Personal Shopper” è stato fischiato alla press conference di Cannes, e comunque Olivier ha vinto il premio come miglior regia. Come affronti le cattive recensioni?

Non puoi piacere a tutti, ma preferisco risvegliare una reazione ” amore-odio” piuttosto che la mediocrità della neutralità o dell’indifferenza.

Sbaglio a dire che adesso ti importa di meno di cosa la gente pensa di te rispetto che all’inizio?

Mi importa ancora, ma ho notato che la mancanza di controllo rende la percezione pubblica di me più reale. Quindi ora, per esempio, quando qualcuno mi chiede qualcosa che non so, risponde semplicemente ” non lo so”, invece di sentirmi costretta di dare una risposta che non ho. Attualmente mi sforzo di comunicare meglio, e questo implica invecchiare.

Parlando di comunicazione, nel film c’è una forte presenza di telefoni, qual’è l’utilizzo che dai a questo “gadget” nella tua vita?

Amo mandare messaggi, è il vero della mia generazione. Ma con la maggior parte delle persone c’è una mancanza di comunicazione nel modo in cui interagiamo gli uni con gli altri. Più di una persona mi ha chiesto “Alza il telefono e chiamami” e anche se questo nuovo linguaggio non è come parlare faccia a faccia con le persone, ha i suoi vantaggi e le sue peculiarità. Nel mio caso, sono ossessionata con l’accuratezza dei miei messaggi nello specificare cosa voglio dire. Mi piace prendermi tempo per farlo ed è qualcosa che non puoi fare quando sei faccia a faccia con qualcuno. Comunque, non ne sono dipendente. Non ho social networks, tranne per il mio account privato di instagram.

Qual è la tua emoji preferita?

Vediamo quale viene prima [prende il telefono e si prende qualche secondo per controllare il suo whatsapp] E’ il cuore spezzato, lo uso per qualsiasi cosa che mi addolora ma dopotutto lo uso per qualsiasi cosa che amo.

Perché è stato così difficile girarle il film?

Il film è implacabile. Ho ricreato la debilitante ansia della quale ho sofferto per 17 anni. A quell’età ho sofferto della mia prima dose di crisi esistenziali e di isolarmi, ma dopo ho imparato a bilanciare, a trovare la gioia nelle distrazioni, perché non avrai mai risposte a domande su “dove andiamo da qui”. La mia mente mi ha detto “vai avanti velocemente” sul carattere di Maureen, perché sebbene ci sono persone che soffrono di questi dolori per anni, una luce alla fine del tunnel è in vista e io so per esperienza che l’ansia è temporanea. Devi focalizzarti su altre cose e non lasciare che l’ansia ti paralizzi. E’ difficile, posso identificarmi, e sebbene alcune volte penso che non sia così, c’è in realtà una via di uscita.

Hai dovuto attraversare molte sgradevoli situazioni. Come hai fatto a distaccarti da tutto questo?

Molte persone mi hanno suggerito la meditazione, perché io non dormo. Ho difficoltà a dormire e apparentemente aiuta. Devo provarci. Ma non sono molto brava con l’auto-manipolazione. Amo sentirmi sopraffatta, perché le cose belle derivano sempre da situazioni come queste. Essere rilassati non è il modo migliore per essere creativi.

Consideriamo il fatto che in questo periodo hai alternato Hollywood blockbusters con film d’essai europei. Quale di questi alimenta di più la tua creatività?

Non ho un piano predefinito. Il punto di svolta c’è stato filmando ‘On The Road’ (Walter Salles, 2012), perché è stato allora che ho incontrato il produttore Charles Gilbert. Ho praticamente trovato il mio “fratello maggiore”. Mi ha dato incredibili opportunità di lavoro. Mi ha presentato Olivier [Assayas] ed è stata la prima volta in cui ho imparato che fare cinema significa correre rischi. Charles confronta la sua motivazione per fare film con il primo uomo sulla luna, un posto sconosciuto, pericoloso. Questa è il modo di essere dei cinema in Europa. L’industria negli USA, comunque, si rifiuta di correre il rischio di fare un progetto che non assicura un successo garantito. Ci sono sempre aspettative, e io preferisco sentirmi insicura. Questa è la posizione dalla quale voglio esplorare la mia carriera.

Ti senti meno osservata in Europa?

Socialmente si. Alle persone normali non interessa conoscere chi sono. Ma i paparazzi a volte sono peggio, perché c’è molta presenza di celebrità a Parigi e a Londra come ce ne è a Los Angeles e a New York, quindi quando mi trovano, sono feroci.

Puoi ancora andare da qualche parte senza essere notata?

A Los Angeles le persone sono molto più attente se riconoscono qualcuno che conoscono, ma a New York la gente si muove troppo velocemente per notarti, se lo fanno, sono molto più interessati nel fare le cose di cui hanno bisogno. E’ diverso in ogni città. Ma non ho ancora trovato un posto dove non vengo riconosciuta.

 

Nostra personale traduzione.  Grazie mille a ( Quenn94) per la traduzione dallo spagnolo all’inglese.

 

 

 

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